IL VIAGGIO OLTRE IL CLICHÉ:
RISVEGLIARE L’AUTENTICITÀ ATTRAVERSO IL REALE
Ti è mai capitato di sentire parole come “olistico”, “spirituale” o “crescita interiore” e provare un immediato senso di saturazione? A me succede spesso. È come se questi termini fossero stati triturati da un meccanismo di marketing costante, perdendo lungo la strada il loro sapore originale e la loro forza trasformativa. Il rischio che corriamo oggi è reale: ridurre il lavoro profondo su noi stessi a un “massacro verbale”, a una lista di soluzioni preconfezionate che scivolano sulla superficie senza mai intaccare la sostanza.
Ma esiste un modo, un percorso diverso, per staccarsi da questa narrazione usurata e riconquistare un’autenticità che sia, prima di tutto, onesta. All’interno dell’ecosistema Millestorie, non cerco soluzioni magiche. Non abbiamo bisogno di appellarci a frequenze misteriose o a forze invisibili per affrontare ciò che è concreto, come la salute del nostro corpo o la chiarezza della nostra mente. È giunto il momento di smettere di “raccontarcela” nel modo sbagliato. La vera crescita non è una formula mistica, ma un atto di lucidità.
RICONQUISTARE LA PROFONDITÀ: L’ASCOLTO DEI FENOMENI NATURALI
Il primo passo per uscire dal cliché è rendersi conto che abbiamo perso il contatto con la sottigliezza dei fenomeni naturali che abitano il nostro corpo. Non c’è nulla di sovrannaturale nel sentire in profondità o nell’empatizzare con gli altri: sono competenze innate, radicate nel nostro sistema nervoso e nella nostra biologia. Eppure, le abbiamo relegate nel cassetto delle “cose speciali” solo perché abbiamo smesso di allenarle.
Riscoprire queste capacità non significa mistificare la realtà, ma tornare a osservarla con un ascolto più profondo. Significa accorgersi di come un muscolo si contrae prima di un’emozione, o di come il respiro cambi quando entriamo in relazione con qualcuno. Questa non è magia; è riscoperta della nostra natura più intima. Quando ci riappropriamo di questa sensibilità, non abbiamo più bisogno di etichette altisonanti per descrivere quello che proviamo: la qualità dell’esperienza parla da sé.
L’AZIONE PRIMA DELLA PAROLA: IL CORPO COME BUSSOLA
Nel mio lavoro, e specificamente nel Metodo Caleydo, inverto l’ordine a cui siamo abituati. Non partiamo mai dal linguaggio per cercare di “capire” un concetto. Le parole sono spesso dei gusci vuoti se non sono riempite dall’esperienza vissuta. Partiamo invece dall’azione, dal corpo, dalla relazione fisica con il contesto e con gli altri.
Solo in un secondo momento, quando il sistema ha già integrato l’esperienza, la parola entra in gioco. In quella fase, il linguaggio non serve a teorizzare, ma a raccontare ciò che è già avvenuto. È la narrazione di una comunicazione reale. Questo approccio ci salva dal rischio di innamorarci delle teorie e ci costringe a fare i conti con la pratica. Se non passa attraverso le tue fibre e i tuoi nervi, non è ancora conoscenza: è solo informazione.
LUCIDITÀ EMOTIVA: DALLA DRAMMATIZZAZIONE ALLA DRAMMATURGIA
Anche quando esploriamo i territori più complessi delle nostre emozioni, scelgo di rimanere lucido e razionale. Molti pensano che la razionalità tolga poesia alla vita; io credo invece che le dia una struttura su cui poggiare. Essere oggettivi non significa essere freddi, significa essere onesti. Dobbiamo smettere di drammatizzare i nostri vissuti (rendendoli insormontabili) o di sdrammatizzarli (negandone l’importanza).
L’obiettivo è imparare a drammaturgizzare. In teatro, la drammaturgia è lo studio della struttura del dramma: capire quali forze sono in gioco e come si muovono. Fare questo su se stessi significa comprendere la storia che è già in atto dentro di noi per far emergere, finalmente, quella che vogliamo davvero scrivere. È un lavoro di regia interiore che richiede padronanza e un linguaggio efficace.
INTERPELLARE L’AUTENTICO: OLTRE LA CREDENZA POPOLARE
Nei miei laboratori, l’obiettivo primario è uscire dalla credenza popolare e dalle narrazioni “pre-masticate”. Vogliamo raggiungere una comprensione che ci permetta di interpellare l’autentico. Ma l’autenticità non si raggiunge per grazia ricevuta; si conquista attraverso il lavoro concreto su ciò che siamo.
Il punto non è bandire parole potenti come “spirituale”, ma dare loro un nuovo fondamento. Un fondamento che affondi le radici nel fango e nella terra dell’esperienza reale, non nell’etere delle astrazioni. Solo quando abbiamo acquisito padronanza del nostro “mezzo di trasporto” — il corpo e la mente — possiamo muoverci verso piani più vasti senza perdere l’equilibrio.
Vi invito a questo viaggio di spoliazione. Togliamo le etichette, spegniamo le luci della ribalta e torniamo a sentire. La meraviglia che cerchiamo non è altrove: è nascosta sotto i cliché che abbiamo accettato per troppo tempo.
Cercare meraviglia per trovare consapevolezza.
Alexsander De Bastiani





